Passeggiando oggi sotto i grandi platani del Parco Ducale di Parma, tra viali prospettici, statue, radure e specchi d’acqua, è difficile immaginare che questo luogo, per secoli, abbia cambiato volto seguendo le vicende delle dinastie che governarono la città. Prima di essere giardino di corte, nel Medioevo gran parte dell’area apparteneva infatti al complesso conventuale di San Michele degli Umiliati, che qui coltivava orti e frutteti. Era già allora una zona ricca d’acqua e di verde, posta appena oltre il torrente Parma, ma ancora lontana dalla magnificenza che avrebbe conosciuto nei secoli successivi.
Le prime grandi trasformazioni risalgono al Trecento. Nel 1356 Bernabò Visconti fece costruire una Rocchetta a difesa del ponte che collegava le due sponde della città; nel secolo seguente Galeazzo Maria Sforza fece invece sorgere il castello di Cò di Ponte. Accanto alle fortificazioni esisteva anche un elegante edificio destinato alla villeggiatura, quello che oggi conosciamo come Palazzetto Eucherio Sanvitale, uno dei gioielli più antichi ancora custoditi all’interno del Parco.
La vera nascita del Giardino Ducale avvenne però con i Farnese. Nel 1561 Ottavio Farnese acquistò il Casino Sanvitale e i terreni circostanti, deciso a creare sulla riva occidentale del torrente una residenza degna di una delle più importanti corti italiane. Il castello venne trasformato nel Palazzo Ducale, probabilmente con l’intervento del Vignola, mentre intorno prendeva forma un grande giardino destinato agli svaghi della corte.
Era il giardino all’italiana della tradizione rinascimentale: siepi di rosmarino e mirto tracciavano geometrie rigorose, pergolati e frutteti si alternavano a boschetti, mentre centinaia di agrumi coltivati in vaso venivano ricoverati durante l’inverno. Natura e architettura dialogavano secondo un preciso disegno, ma il parco aveva anche una funzione concreta: la grande peschiera forniva pesce alla corte e i boschetti selvaggina. Con Ranuccio II Farnese proprio quella peschiera divenne persino teatro di spettacolo: nel 1690 vi fu rappresentata una naumachia, una battaglia navale inscenata sull’acqua per celebrare le nozze del principe Odoardo Farnese.
Poi arrivò il declino della dinastia. Con l’estinzione dei Farnese, nel 1731, anche il giardino perse parte del suo splendore. Durante l’occupazione austriaca del 1745 molti alberi d’alto fusto furono abbattuti per fornire legna agli accampamenti militari. Sembrava la fine di una stagione, ma pochi anni dopo il Parco sarebbe rinato ancora una volta, assumendo proprio allora il volto che, nelle sue linee fondamentali, conserva ancora oggi.
Con Filippo di Borbone, Parma tornò ad essere una capitale europea raffinata e colta. A ripensare il giardino venne chiamato il francese Ennemond-Alexandre Petitot, uno dei protagonisti della straordinaria stagione artistica parmense del Settecento. Il suo progetto, portato a compimento nel 1767, trasformò il vecchio impianto in un elegante giardino di gusto francese: grandi prospettive, viali rettilinei, assi visuali, “stanze” verdi e architetture vegetali costruivano una scenografia nella quale ogni elemento contribuiva alla rappresentazione della corte.
Al Petitot si affiancò lo scultore Jean-Baptiste Boudard, che per il Giardino realizzò un importante ciclo di statue in marmo di Carrara. Divinità, figure mitologiche, vasi monumentali e gruppi scultorei popolarono così il verde, trasformandolo quasi in un grande teatro all’aperto. Nel 1769 il Parco raggiunse uno dei momenti di massimo splendore con le spettacolari celebrazioni per il matrimonio fra Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Austria.
Ancora oggi il disegno settecentesco si legge chiaramente appena oltrepassato l’ingresso di Ponte Verdi. Al centro si apre la grande étoile, la piazza circolare dalla quale si irradiano sette viali. Da qui lo sguardo incontra il Palazzo Ducale, le sale di ippocastani e tigli, i boschetti, il Tempietto d’Arcadia e, in fondo alla lunga prospettiva centrale, la grande peschiera. Il giardino è concepito come una successione di vedute: ogni svolta apre una scena nuova, ogni filare accompagna lo sguardo verso un punto preciso.
Anche Maria Luigia d’Austria, Duchessa di Parma dal 1814 al 1847, lasciò il proprio segno. Al rigore del giardino francese affiancò alcuni spazi ispirati al gusto romantico del parco inglese; fece ampliare le zone destinate ai frutteti e agli orti, realizzare serre, giardini per i fiori e strutture dedicate alla coltivazione. Alcuni dei giganteschi platani che ancora oggi accolgono chi entra dall’étoile risalgono proprio alla sua epoca: veri monumenti vegetali che da quasi due secoli osservano la vita della città scorrere sotto le loro chiome.
Con l’Unità d’Italia finì definitivamente la storia del Parco come esclusivo giardino di corte. Nel 1865 l’area venne ceduta al Comune di Parma e nel 1886 fu ufficialmente aperta alla cittadinanza. All’inizio del Novecento caddero parte delle antiche mura, comparvero nuovi ingressi, panchine, fontanelle e illuminazione. Il nuovo Ponte Verdi stabilì un collegamento diretto con il centro cittadino e il Parco divenne sempre più ciò che è ancora oggi: il grande giardino dei parmigiani.
Sull’isola della peschiera trovò posto anche la monumentale Fontana del Trianon, realizzata agli inizi del Settecento per la Reggia di Colorno e trasferita qui nel Novecento. Quasi un filo ideale tra i due grandi giardini ducali del territorio parmense, uniti da una storia fatta di Farnese, Borbone, Maria Luigia e di quella cultura del bello che per secoli ha modellato il paesaggio delle corti emiliane.
Dopo alterne vicende e periodi di minore cura, all’inizio del nuovo millennio un importante intervento di restauro ha nuovamente valorizzato il Parco, assumendo come riferimento proprio il disegno settecentesco di Petitot. Oggi i suoi oltre venti ettari custodiscono insieme storia, natura e vita quotidiana: il Palazzo Ducale, il Palazzetto Eucherio Sanvitale, le Serre, le statue, la peschiera e alberi secolari convivono con famiglie, bambini, sportivi e visitatori.
Ed è proprio qui, in questo straordinario scenario, che Nel Segno del Giglio d’Autunno trova la sua casa a Parma. Non semplicemente in un parco, ma in un luogo che da quasi cinque secoli racconta il rapporto fra l’uomo e la natura, fra il disegno e la spontaneità, fra il gusto di un’epoca e quello della successiva. Un giardino nato per stupire una corte e diventato patrimonio di un’intera città.
Forse non esiste cornice più naturale per tornare a parlare di piante, fiori, paesaggio e bellezza.