Fontana del Trianon
La si incontra al termine di una delle più belle prospettive del Parco Ducale.
Oltre il lungo viale centrale, circondata dall’acqua della grande peschiera e dal verde dell’isolotto, la Fontana del Trianon appare quasi come il fondale di una scena teatrale. Ed è esattamente questo il ruolo che le è stato affidato: attirare lo sguardo, sorprendere chi arriva e chiudere, con il movimento delle sculture e dell’acqua, una prospettiva costruita per condurre fin lì il visitatore.
Eppure la Fontana non nacque per questo luogo.
La sua storia comincia alcuni chilometri più a nord, nel Giardino della Reggia di Colorno, durante una delle stagioni di massimo splendore della corte farnesiana. Tra il 1712 e il 1719, sotto il ducato di Francesco Farnese, lo scultore e architetto Giuliano Mozzani realizzò una grande composizione destinata ad arricchire quel favoloso sistema di fontane, grotte, automi e giochi d’acqua che doveva trasformare il giardino di Colorno in una piccola Versailles emiliana.
Anche il nome, Trianon, guarda direttamente alla Francia.
Il riferimento è infatti ai giardini di Versailles e al mondo raffinato del Grand Trianon, modello al quale le corti europee guardavano con ammirazione. Alla fine del Seicento e nei primi decenni del Settecento il giardino non era più soltanto un luogo nel quale coltivare piante rare o passeggiare: era una rappresentazione del potere. Acqua, marmo, prospettive e natura venivano orchestrati insieme per suscitare quella “meraviglia” tanto amata dal gusto barocco.
Mozzani concepì la fontana come una grande architettura scolpita.
Rocce, conchiglie e figure monumentali sembrano emergere l’una dall’altra mentre l’acqua ne sottolinea le forme. Ai lati della grande conchiglia centrale compaiono le personificazioni dei due fiumi più intimamente legati al territorio: il Parma e il Taro. Secondo la tradizione iconografica, le due figure richiamano al tempo stesso il duca Francesco Farnese e la moglie Dorotea Sofia di Neuburg. La geografia del Ducato diventava così mitologia e il paesaggio stesso entrava nella celebrazione della dinastia.
A Colorno la fontana faceva parte di un apparato ancora più spettacolare.
Il giardino farnesiano era popolato da grandi fontane e complessi giochi d’acqua, alimentati da un sistema idraulico straordinariamente avanzato per l’epoca. Dal 1718 l’ingegnere Jean Baillieul lavorò anche alla celebre Torre delle Acque, mentre nella Grotta Incantata statue e automi potevano muoversi grazie alla pressione dell’acqua. Il visitatore entrava così in un luogo nel quale natura, tecnica e artificio si confondevano continuamente.
Ma quella stagione durò poco.
Con la fine della dinastia Farnese e i successivi mutamenti politici, il grandioso apparato del giardino di Colorno cominciò lentamente a disperdersi. Alcune fontane scomparvero, altre vennero smontate, statue e arredi presero strade diverse. Anche il Trianon perse la propria collocazione originaria e parte degli elementi che componevano il monumento.
La sua storia, però, non era terminata.
Agli inizi del Novecento la Fontana trovò una nuova casa proprio nel Parco Ducale di Parma. Nel 1920 venne sistemata sull’isolotto al centro della peschiera, dove ancora oggi la vediamo. La scelta non fu casuale: collocandola al termine del grande viale centrale, il monumento tornava ad assumere quella funzione di fondale scenografico per la quale era stato pensato quasi due secoli prima. Cambiava il giardino, ma rimaneva la stessa idea di meraviglia.
E così un’opera nata per Colorno divenne uno dei simboli più amati del giardino di Parma.
Un legame singolare tra le due grandi residenze ducali del territorio. Da una parte la Reggia di Colorno, con il suo straordinario passato farnesiano e borbonico; dall’altra il Palazzo e il Parco Ducale di Parma. Due luoghi diversi, ma attraversati dalle stesse dinastie, dagli stessi artisti e dalla stessa idea del giardino come luogo nel quale natura e arte potessero incontrarsi.
Anche la peschiera che oggi circonda il Trianon custodisce una storia molto più antica della fontana.
Fu realizzata nel Seicento e nel 1690 divenne addirittura il palcoscenico di una spettacolare naumachia, una battaglia navale organizzata in occasione delle nozze tra Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg. Proprio durante i recenti lavori di riqualificazione sono emersi resti che potrebbero essere collegati alle strutture utilizzate per quella scenografia effimera: un frammento della Parma barocca riapparso, dopo più di tre secoli, sotto l’isola del Trianon.
La storia della Fontana ha conosciuto un nuovo capitolo proprio negli anni più recenti.
Tra il 2024 e il 2026 il monumento è stato interessato da un importante intervento di restauro, accompagnato dalla riqualificazione dell’isolotto e dell’intera peschiera. Le operazioni hanno riguardato il consolidamento delle strutture e degli elementi marmorei, il recupero dell’apparato idraulico e il ripristino della funzionalità della fontana. I lavori si sono conclusi nell’estate del 2026, restituendo al Trianon il ruolo centrale che gli appartiene nella grande prospettiva del Parco.
Oggi, osservandola riflettersi nell’acqua, è facile dimenticare che questa fontana ha più di trecento anni e che prima di arrivare qui ha attraversato epoche, dinastie e trasformazioni profonde.
Ha visto tramontare i Farnese, cambiare il volto di Colorno, trasformarsi il Parco Ducale e diventare pubblico quello che un tempo era il giardino privato dei sovrani.
Eppure continua a fare esattamente ciò per cui era stata immaginata.
Stupire.
Lo fa con il marmo, con l’acqua, con le figure dei suoi fiumi e con quella scenografica apparizione al termine del viale.