Palazzetto Eucherio Sanvitale

La Storia

C’è un edificio, nel cuore del Parco Ducale, che sembra quasi volersi sottrarre allo sguardo. Lontano dalla monumentalità del Palazzo del Giardino e dalle grandi prospettive settecentesche, il Palazzetto Eucherio Sanvitale appare tra gli alberi con la discrezione di una dimora appartata. Eppure è uno dei luoghi più antichi e preziosi del Parco: esisteva prima ancora che il Giardino Ducale prendesse forma e conserva fra le sue mura una parte importante della storia artistica di Parma.

Le sue origini risalgono ai primi decenni del Cinquecento. L’edificio, tradizionalmente attribuito agli architetti Giorgio da Erba e Gian Francesco d’Agrate, presenta una struttura singolare: una pianta quadrilatera, quasi a forma di H, segnata da quattro torri angolari e da loggiati a cinque arcate. Un’architettura che richiama le case-fortezza lombarde e toscane del Rinascimento, ma che nella regolarità delle proporzioni sembra già anticipare un modo nuovo, più armonioso e moderno, di concepire la villa di campagna.

Prima che i Farnese trasformassero questa parte della città nel grande giardino della loro corte, il Palazzetto costituiva dunque una presenza autonoma, immersa tra orti e terreni posti al di là del torrente Parma. Passò alla famiglia Sanvitale, una delle più importanti casate del territorio parmense, e fu proprio dall’ultimo proprietario, monsignor Eucherio Sanvitale, che avrebbe preso il nome con il quale ancora oggi lo conosciamo. Nel 1561 Eucherio cedette la proprietà, insieme ai terreni circostanti, al duca Ottavio Farnese. Da quel momento il piccolo Casino entrò a far parte del nuovo e ambizioso progetto del Giardino Ducale.

Ottavio stava infatti costruendo sulla riva occidentale del Parma una vera residenza di corte, con il Palazzo del Giardino e un grande parco destinato al piacere, alle passeggiate e agli svaghi ducali. Molto di ciò che esisteva precedentemente venne modificato o cancellato; il Palazzetto, invece, fu conservato. Quasi che già allora se ne riconoscesse la particolare eleganza. Nei secoli successivi il giardino sarebbe cambiato continuamente, passando dal disegno rinascimentale dei Farnese alle grandi geometrie francesi del Petitot e quindi alle trasformazioni ottocentesche. Il piccolo edificio, pur adattandosi a nuove funzioni, rimase al suo posto, testimone silenzioso di tutte queste metamorfosi.

Ma è varcando la sua soglia che il Palazzetto rivela il tesoro più sorprendente.

Le sale conservano infatti un prezioso ciclo di decorazioni pittoriche cinquecentesche, nel quale paesaggio, natura, religione e illusionismo architettonico si mescolano continuamente. Volte, pareti e nicchie sembrano voler cancellare i limiti dell’edificio: il verde dipinto entra nelle stanze, il cielo si apre sopra lo spettatore, pergolati e paesaggi prolungano idealmente all’interno quella natura che circonda il Palazzetto all’esterno. Non una semplice decorazione, dunque, ma un raffinato gioco rinascimentale tra architettura reale e natura immaginata.

Una delle stanze più suggestive è quella del Pergolato, dove la pittura crea l’illusione di trovarsi all’aperto, sotto una struttura vegetale. In un’altra sala il soffitto si trasforma in un grande velario, quasi un padiglione di stoffa sospeso sopra il visitatore. Altrove compaiono vedute, motivi floreali e paesaggi fantastici. Sono immagini particolarmente affascinanti se osservate pensando al luogo per il quale furono create: una villa immersa nei giardini, destinata alla villeggiatura, nella quale il confine fra ciò che era costruito dall’uomo e ciò che apparteneva alla natura doveva apparire volutamente sottile.

Ed è proprio qui che compare un nome capace di rendere questo piccolo edificio ancora più straordinario: Parmigianino.

In una delle sale è conservato infatti il frammento di una delicatissima Madonna col Bambino, attribuito al giovane Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, e datato intorno al 1524. La Vergine appare raccolta in preghiera accanto al Bambino, in una composizione che appartiene agli anni della formazione del pittore, prima della sua partenza per Roma. Un’opera discreta, quasi intima, lontana dalla grandiosità delle pale d’altare, ma proprio per questo capace di restituire qualcosa della straordinaria stagione artistica che Parma stava vivendo nei primi decenni del Cinquecento.

Erano gli anni del Correggio e del Parmigianino, della Camera di San Paolo, degli affreschi di San Giovanni Evangelista e della cupola del Duomo: pochi decenni durante i quali Parma divenne uno dei centri più fertili e innovativi della pittura italiana. Il Palazzetto Eucherio Sanvitale appartiene pienamente a quel clima. E forse proprio le sue dimensioni raccolte permettono di percepirlo in maniera ancora più immediata.

Anche dopo l’epoca farnesiana la sua storia continuò a intrecciarsi con quella del Parco. Cambiarono i sovrani, cambiarono le mode e cambiarono le funzioni degli edifici di corte. Il Palazzetto perse progressivamente il carattere di raffinato Casino rinascimentale e venne adattato alle necessità del grande giardino. Ma dietro le trasformazioni rimase nascosto il suo patrimonio pittorico, riportato all’attenzione soprattutto grazie agli interventi di recupero del Novecento. Oggi gli affreschi costituiscono uno degli elementi di maggior valore dell’edificio e sono oggetto di interventi di conservazione e tutela.

Forse il fascino del Palazzetto Eucherio Sanvitale sta proprio in questo: non impone la propria presenza, chiede di essere scoperto.

È un edificio piccolo rispetto alle dimensioni del Parco Ducale e discreto rispetto alle architetture monumentali della città. Ma nelle sue stanze convivono quasi cinque secoli di storia parmigiana: i Sanvitale, i Farnese, la nascita del Giardino Ducale, la grande pittura del Rinascimento e le successive trasformazioni del Parco.

E intorno, ancora oggi, ci sono gli alberi.

Una coincidenza particolarmente felice per un luogo nel quale, già cinquecento anni fa, gli artisti dipingevano pergolati, fiori, cieli e paesaggi sulle pareti, quasi a voler portare il giardino dentro le stanze.